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Florian Fricke - La Voce dei Popol Vuh

Source: Tempi Dispari, nr.7, 2000
Author: Davide Tosi

FLORIAN FRICKE - LA VOCE DEI POPOL VUH

L’uomo che sa sempre porta avanti il prestigioso nome Popol Vuh è un personaggio di molte idee ma poche parole. Inoltre, conducendo le sue performance in una sorta di training autogeno, quando lo avviciniamo per l’intervista concordata è ancora completamente isolato dagli stimoli esterni. Ritorna dopo una ventina di minuti, scusandosi se il suo inglese sarà approssimativo, ma ci spiega che lo ha imparato in Afghanistan presso alcuni pastori. Nonostante tutte queste difficoltà, dalle sue concise dichiarazioni possono essere tratte molte indicazioni interessanti.

TD: Sei stato il primo europeo ad usare un Big Moog. Dicci di questa tua esperienza elettronica pionieristica.

FF: Si, l’ho utilizzato per ‘Affenstunde’e ‘In den Garten Pharaos’. Poi mi sono allontanato da questo genere di strumentazione per affacciarmi verso altri stili. Il Big Moog lo vendetti a Klaus Schulze, che lo possiede tuttora. Recentemente però, anche senza il Big Moog, sono potuto tornare ad esperienze elettroniche, però con un approccio differente.

TD: In ’Hosianna Mantra’ hai unito oriente ed occidente. Da dove ti è venuta l’ispirazione?

FF: Dal di dentro. La avevo dentro me stesso.

TD: A partire da allora hai messo spesso testi religiosi sulla tua musica. Pensi che la musica sia un buon mezzo per diffondere gli ideali spirituali?

FF: la musica è un grande possibilità di comunicazione per molte idee, non solo religiose. Io comunque non ero interessato alla religione come cattolicesimo, cristianesimo o comunque qualche confessione specifica, ma alla religion del cuore, del cuore umano. Ed ho trovato questo sentimento religioso nei testi di Matteo, Salomone, e Mosé che inserito nel miei dischi e non solo in quelli, biblici, ma anche nel Popol Vuh e in altri. Fra l’altro tutti questi vecchi testi religiosi sono stati uno dei miei principali interessi, ed ho passato anni interi a leggerli.

TD: Quando hai suonato con i Gila hai conosciuto Daniel Fichelscher, che poi è entrato per molto tempo nei Popol Vuh. Lui ha influenzato il tuno modo di comporre? FF: In quell periodo, si. Dato che mi piacque molto il suo modo di suonare la chitarra in ‘Einsjager & Siebenjager’, allora decisi che per un lungo periodo avremmo collaborato.

TD: hai avuto modo di incidere con due cantanti di diversa formazione, Djong Yun, un soprano classico, e Renate Knaupf, una cantante rock. Quali le differenze nel lavorare con loro?

FF: Non c’`e stata molta differenza. Entrambe erano cantanti molto brave, dalla voce bellissima. Quando Djong Yun decise di andare a New York, dato che apprezzavo molto quel tipo di voce, femminile e morbida, allora iniziai a lavorare con Renate proprio perché aveva le stesse qualità. Non so perché, ma mi piacciono quei toni.

TD: Hai lavorato molto anche con il regista Werner Herzog, componendo colonne sonore ed apparendo nei suoi film. Com’è iniziata la vostra esperienza commune?

FF: E’ cominciato tutto a Roma. Lui stava girando ‘Aguirre’ ed aveva bisogno di una colonna sonora, così mi chiamo in Germania. Io avevo da poco finito ‘Affenstunde’, andai a Roma, parlammo un po’ e feci la colonna sonora. Da allora iniziammo a lavorare spesso assieme. Ora lui è in America facendo regie operistische. So che ha fatto un documentario su Klaus Kinski e mi piacerebbe vederlo, ma per il resto i nostri interessi di lavoro si sono divisi. Lui allestisce opera ed io musica d’altro tipo. Comunque lo ringrazio tuttora per avermi fatto interessare al cinema.

TD: Lavorerai con lui al film su Montezuma che sta progettando fi fare?

FF: Per ora non la farà. Ha bisogno di moltissimi soldi per quel film, e li sta cercando da anni, ma per ora non li trova e deve attendere. Comunque non so se io sarò parte della faccenda, perché nel caso si tratti di una produzione americana, è probabile che lo obblighino ad utilizzare dei compositori hollywoodiani.

TD: Alla fine dei ’70, in particolare da ‘Letzte Tage, Letzte Nachte’ hai inserito suoni molto elettrici nella tua musica acustica. A cosa si dovette questa svolta?

FF: Fu in buona parte influenzata dal chitarrista, come abbiamo detto prima. Ma è la vita ad essere cosi, vai da uno stadio ad un altro, differente. Non si è sempre interessati agli stessi suoni, così non ci siamo fermati a ripetere sempre le stesse cose, semplicemente.

TD: Verso la fine degli anni ’80, per alcuni anni hai diradato le tue uscite discografiche. Cos’hai fatto in quel period?

FF: In realtà ho sempre continuato a comporre ed incidere. In quel periodo, dopo ‘Cobra Verde’ ho registrato ‘For You And Me’, per la Milan, e poi, arriviamo ai ’90 , ‘City Raga’. Se c’è stato un periodo un po’più lungo fra un disco ed un latro è stato casuale, senza alcuna ragione specifica. Magari è stata la casa discografica a pubblicare con ritardo.

TD: Su ‘In den Garten Pharaos’, il brano ‘Vuh’ è strutturato su flussi ripetitivi di organo, che sono rispuntati nelle tue opere recenti. Il minimalismo ti ha influenzato in questo?

FF: Sono sempre stato interessato alla musica di La Monte Young o di Steve Reich, ma non si può dire che ci siano collegamenti diretti fra certe mie composizioni e le loro. In realtà quei pezzi sono venuti così perché era ciò che sentivo di voler comporre, non c’era una motivazione o un’influenza musicale particolare dietro.

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Kraut-Guru - Zum Tod des Musikers und Kritikers Florian Fricke

Source: Süddeutsche Zeitung, 2002-01-03
Author: Ingeborg Schober

Kraut-Guru

Zum Tod des Musikers und Kritikers Florian Fricke

Es muss im Winter 1969 gewesen sein, als ich mich einem Hügel in Miesbach näherte und schon aus der Ferne die seltsamsten Klänge aller Zeiten wahrnahm, die in ihrer Fremdartigkeit so rein und unschuldig klangen und so unberührt wirkten wie der Schnee vor diesem Bauernhaus. Dort wohnte und arbeitete der Musiker und Komponist Florian Fricke und experimentierte an einem aufregenden, gänzlich neuen Instrument, dem allerersten Moog Synthesizer, der bald darauf Einzug in vor allem deutsche Musikerstuben halten sollte und die Musikwelt völlig veränderte.
Fricke saß vor diesem elektronischen Monstrum, umgeben von einem Wirrwarr an Kabeln, Steckern, Reglern, Schaltern und Boxen, entlockte dem kalten Metal-Ungetüm die feinsten, filigransten und fernsten Klänge und komponierte daraus seine Meditationen, die den Beginn der deutschen Undergroundmusik begleiteten. Florian Fricke wurde 1944 in Lindau geboren, studierte Piano und Komposition an der Freiburger Musikhochschule und war später Schüler von Paul Hindemith. Er drehte Kurzfilme, schrieb Musik- und Filmkritiken für diese Zeitung. Dann entdeckte er den von Robert Moog in Amerika entwickelten Zauberkasten und widmete sich nur noch der eigenen Musik. Über 25 Langspielplatten und zwölf Filmmusiken sind bis zu seinem frühen Tod am vergangenen Freitag entstanden.
Fricke war einer der Vorreiter der so genannten “Krautrock”-Elektronik oder “Kosmischen Musik” und anderen Etikettierungen, die seiner Musik allesamt nicht gerecht wurden. Er beeinflusste Kollegen wie Klaus Schulze und Tangerine Dream und eine Unzahl internationaler Popkünstler. 1969 enstanden die Gruppe Popol Vuh und die erste Platten. Vor allem aber wurde er durch seine langjährige Zusammenarbeit mit dem Regisseur Werner Herzog bekannt, für dessen Filme “Aguirre”, “Fitzcarraldo”, “Cobra Verde”, “Nosferatu” und ‘Herz aus Glas” er die Filmmusiken komponierte.
Für Vertreter der jüngeren Musikergeneration galt er als Pionier der in den neunziger Jahren populär gewordenen Ambient und Trance Musik, ihm selbst lag zum Schluss seine klangtherapeutische Arbeit am Herzen, Atemtechniken, die er als “das Alphabet des Körpers” bezeichnete.

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Das Horn Gottes - Zum Tod des Rockmusikers Florian Fricke

Source: Frankfurter Allgemeine Zeitung, 2002-01-03
Author: Michael Grill

Das Horn Gottes

One Note Gospel: Zum Tod des Rockmusikers Florian Fricke

Aus jener Zeit, Anfang der siebziger Jahre, als die deutsche Rockmusik erstmals begann nach eigenen Formaten zu suchen, sind fast nur Mysterien geblieben. Die Musik von Can, Kraftwerk und Amon Düül geistert noch durch kleine Plattenläden für nostalgische Sound-Freaks, und ab und zu spielen Musiklehrer an den Gymnasium ihren Schülern etwas vor, was sie in ihrer eigenen Jugend für ‘progressiv’gehalten haben. Doch während Can sich immerhin neu remixen lassen, Kraftwerk der Expo 2000 ein klingendes Logo verpassten und Amon Düül immer wieder mal einen Anlauf zum Comeback versuchten, ist es zuletzt ganz besonders still gewesen um jene Formation, die man einst als Nummer 4 der sogenannten Krautrock-Bewegung führte: Popol Vuh, jenes ganz besonders schwer zu fassende, in München beheimate Phänomen um den gebürtigenen Lindauer Florian Fricke, hat nie den ganz großen und lauten Auftritt in der ersten Reihe gesucht. Gleichwohl sind Frickes Verdienste um die deutsche Rockmusik unbestreitbar.
Nach dem Musikstudium in Freiburg und München brachte er mit Unterstützung des Promoters Gerhard Augustin als ersten einen Apparat in die Welt der populären Musik, von dem es in ganz Europa damals nur einige weinige Exemplare gab, und den man so noch nie zuvor gehört hatte: den Moog-Synthesizer. Die ersten beiden Alben ‘Affenstunde’ und ‘In den Gärten Pharaos’ von 1970 und 1972 wurden zu Meilensteinen der deutschen Rockmusik. Fricke jedoch, der über sein Wunderding einmal sagte: “Die beinahe menschliche Intelligenz dieses Apparats hat mir manchmal auch Unbehagen bereitet”, wandte sich relativ schnell wieder vom rein elektronischen Klang-Experiment ab. Mit religös-sphärischen Alben zog er weiter auf seiner Suche nach Sinn im Klang, wanderte durch die Welt, studierte tibetanischen Gemeinschaftsgesang und wurde Mitglied der Atemtherapeutischen Gemeinschaft. Als besonders folgenreich erwies sich jedoch eine Begegnung mit dem Filmregisseur Werner Herzog, noch mitten in den ‘elektronischen’ Jahren. Herzog war geradezu verzweifelt auf der Suche nach einem Komponisten für die Musik zu ‘Aguirre der Zorn Gottes’ - und er fand Florian Fricke. Achtzehn Jahre lang blieben sie ein Team, unter anderem bei den Filmen ‘herz aus Glas’, ‘Nosferatu’, ‘Fitzcarraldo’ und ‘Cobra Verde’. Insgesamt veröffentichte Florian Fricke 23 Alben, kommerziellen Erfolg hatte er aber vor allem in Frankreich, Italien und Japan. Seine Musik war New Age, lange bevor es den Begriff dafür gegeben hat, und seine Experimentierfreude bereitete den Weg für viele andere, die man heute in den Regalen der CD-Kaufhäuser findet. 1991 veröffentlichte er eine Platte mit Klaviersonaten und erklärte seinen Weg von Moog zu Mozart: “Ich habe versucht, die Essenz aller Religionen in einer Note, einem Ton zu finden.” Am vergangenen Samstag ist Florian Fricke im Alter von siebenundfünfzig Jahren in München gestorben.

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