Concerto/Installazione video sonora
Il mitico gruppo dell’avanguardia tedesca,
divenuto famoso per le colonne sonore
dei film di Herzog, propone una sorta
di rituale acustico in un labirinto di
suoni ed immagini.



“Made in Germany”: POPOL VUH : L’altra faccia del suono

Certe volte invecchiare serve. Soprattutto se rimane bene in esercizio la facoltà della memoria, la capacità di dare forma ad una ricostruzione storica che attraverso i libri resta necessariamente arida, opaca, costrittiva.
Era la metà degli anni Settanta, all’Università Statale, Aula Magna, uno dei posti migliori, più caldi di quell’inverno milanese. Nel gran ribollire di una stagione molto movimentata, arrivarono un pomeriggio i Popol Vuh, a suonare. Un lampo, perchè i concerti non erano troppo frequenti : di solito si trattava di musiche militanti, o (pesantemente) alternative. Chi si occupava di rock e dintorni, e magari aveva voluto esorbitare, evadere dai circoli viziosi del mercato anglo-americano, in quei tempi non aveva grandi scelte. C’era l’Oriente, inteso nel senso più ampio, ma anche la Germania offriva una sponda : navigavano i “Corrieri Cosmici”, qualcuno si divertiva a parlare di ‘kraut rock’, con Tangerine Dream, Klaus Schulze, Ash Ra Tempel, Amon Dull, Guru Guru, Faust, Kraftwerk, legati tra loro più dall’etichetta geografica che da un’unitarietà artistica.
I Popol Vuh, che un manipolo di coraggiosi o spericolati disposti a tutto ascoltò laggiù nella nicchia di Via Festa del Perdono - l’indirizzo dell’Università - erano fuori da qualsiasi percorso : avventurieri del suono, alchimisti visionari, capaci di miscelare pozioni magiche a base di pop progresivo , con clichè elettronici ma anche canti liturgici, mantra indiani, solenni cerimoniali senza confini, un flusso di strumenti e voci oltre le barriere del tempo.
Florian Fricke e i suoi ‘boys’ vagavano come spiriti liberi lungo l’atlante della musica totale, con un’attenzione specifica per i temi dell’armonia universale, pervasi da una dolcezza diffusa, da una persistente, sensuale serenità, che avrebbe permesso più tardi un’appropriazione dei loro codici da parte della ‘piovra’ New Age. Non so se Fricke, tra le righe, dovesse essere considerato già da allora come precursore New Age, ma certo dischi come “In Der Garten Pharaos”, “Hosianna Mantra” o “Seligpreisung” (che significa beatificazione) costituiscono un formidabile piano d’appoggio per applicazioni filosofiche, nell’intreccio tra linguaggi parareligiosi, tentazioni di esoterismo mutante, canzoni tantriche. Di quelle capacità interdisciplinari, per primo, non a caso, se ne accorse Werner Herzog, che nel confezionare alcunidei film più belli, evocativi e turbinosi, si affidò proprio alle musiche dei Popol Vuh (“Aguirre, Furure di Dio”, ”Cuore di Vetro”, “Nosferatu”, ”Fitzcarraldo”, “Cobra Verde”), per arricchire quei suoi quadri cinematografici a base di culture meticce.
Fricke (nato nel 1944, cinefilo, con studi da musicista classico alle spalle, rintracciabile come attore in una pellicola di Herzog, “L’Enigma di Kaspar Hauser”) in quell’acquario sguazzava felice, ma il tempo ha rarefatto le possibilità di collaborazione, senza che i dischi, pubblicati ancora copiosamente, disordinatamente, riuscissero da soli a convincere , a incantare come una volta. Ecco perchè, a tanta distanza, resiste nell’immaginario collettivo l’essenza dei Popol Vuh anni Settanta , un ricordo morbido, profumato, senza tempo.
E l’opportunità di recuperarlo è quasi come un piccolo miracolo, coltivato sulla via delle musiche possibili.

Enzo Gentile  [find english translation below]

CANTO DI RICONCILIAZIONE DELL’UOMO COL CIELO E CON LA TERRA
opera di FLORIAN FRICKE per POPOL VUH e “Coro di Razza Umana”

Immaginato come un progetto da realizzare in alcuni tra i luoghi piu’ evocativi del continente Europa ,Fricke ha scritto queste partiture per i Popol Vuh, gruppo di cui è leader, e per un grande coro di non meno di 200 persone,una piccola fetta di umanità cantante.Un possente grido di lamento per le grandi devastazioni che l’uomo compie sulla Terra.Una sorta di tragedia “ambientalista” da affidare come forte messaggio di speranza al secolo che verrà.
In una commistione di stili e generi diversi (rock, lirica ed elettronica, per citarne alcuni), quest’opera si presenta come un grande avvenimento musicale, sia nella sua attrazione mediatica,che nel suo grande segno cultural/spettacolare. In un momento di abbassamento genelarizzato del livello qualitativo delle produzioni musicali , liberare spazi per progetti di qualità è una testimonianza di emancipazione,l’adeguato bilanciamento al proliferare di proposte mediocri .
Fortemente voluto dal tedesco Fricke in Puglia (poichè “ patria” di Federico II) il nostro festival è felice di inaugurare la sua XIII edizione con questo evento. Per questa produzione, che avrà qui l’anteprima assoluta , il direttore della Time Zones Ensemble , Bepi Speranza , sta lavorando ormai da mesi alla costituzione di un grandissimo coro che ,come nelle intenzioni dell’autore,affianchi i Popol Vuh .Un tappeto polifonico che dia spazio alle migliori voci pugliesi e che sia parte integrante dell’operazione.
Come già nel passato, con il progetto Oriente/Occidente , a questa produzione che si presenta come evento di grosso richiamo, vogliamo dare a questa produzione, che si presenta come evento di grosso richiamo, un supporto stabile nel tempo, con la stampa di un cd, da distribuire nei normali circuiti discografici, e la realizzazione di un video in digitale.


“CANTO DI RICONCILIAZIONE DELLA TERRA CON GLI UOMINI”
Intervista a FLORIAN FRICKE dei POPOL VUH


“Si sono scritte un sacco di fesserie sui Popol Vuh; una delle migliori interviste mi é stata fatta, telefonicamente, da un giornalista francese...alla fine mi si era addormentato il braccio. Spesso i giornalisti si sono lasciati portare dalla loro fantasia, tralasciando la verità. La rivista inglese Sound ha scritto che ero il padre di Brian Eno, ma io sono sicuro di essere il padre di mio figlio e di mia figlia”.
E’ Florian Fricke, leader storico del gruppo tedesco Popol Vuh, a Bari per un sopralluogo per il “Canto di Riconciliazione della Terra con gli Uomini”. Oltre a questo aneddoto, che ci ha raccontato mentre degustava un piatto di pennette all’arrabbiata, con il musicista tedesco abbiamo percorso le mille sfaccettature dei trent’anni del progetto Popol Vuh.
Sappiamo che il nome del gruppo é stato tratto da un libro sacro dei morti degli indiani Maya. Popol vuol dire unione, gente; Vuh luce, sole, divinità.
Qual é il significato profondo di questo nome?
“Non é chiaro il vero significato di queste due parole; la mia interpretazione é “la gente che va verso la luce”. Il libro é pieno di testi che riguardano miti ed iniziazioni degli indiani Quiche; é stato un libro molto importante per me. Ho scelto il nome Popol Vuh, perché a quei tempi (era il ’68) tutto doveva avere un sapore rivoluzionario, e poi volevo che fosse testimoniato fortemente il significato di ricerca ”.
Possiamo parlare di musica come chiave di accesso a una diversa dimensione della realtà, quindi di una visione panteistica?
“La musica può aiutarci ad arrivare al centro di noi stessi; in questo senso, la musica può migliorarci, farci progredire, però può essere anche una cosa che distrugge molto, ha dentro di se un aspetto distruttivo. La musica, più che renderci migliori, ci permette di arrivare al centro della nostra mente, non di accedere ad una diversa dimensione della realtà, bensì ad una diversa dimensione della mente. La musica é una chiave di accesso, ma non é l’unica ”.
Come si può inquadrare la rigorosa ricerca elettronica dei primi lavori “Affenstunde” e “In Den Garten Pharaos”, che sembrava dovervi accomunare con i “corrieri cosmici” (Tangerine Dream, Klaus Schulze...), in una visione tutta “teutonica”, in un Suono visto quasi come entità assoluta nel solco della più classica tradizione germanica?
“Prima dei Tangerine Dream, in Germania si ascoltava una musica con testi molto semplici ed orecchiabili, una musica molto commerciale.
Nel ‘68, anno di nascita dei Popol Vuh, accadono una serie di stravolgimenti anche nel campo della cultura e dell’arte; abbiamo voluto portare il riflesso di questo grande movimento. Sicuramente i primi due album (Affenstunde e In Den Garten Pharaos) hanno ispirato molti giovani musicisti.
La cosa che mi rammarica di più, é che la musica che volevamo neutralizzare a quei tempi, dopo trent’anni é ritornata di moda sotto forma di techno music, spesso molto scadente”.
Sei autore delle musiche dei film di Herzog. Ne “L’enigma di Kaspar Hauser”, sei apparso personalmente tanto da poterti considerare il suo alter ego musicale. Puoi parlarci di questo sodalizio artistico.
“La musica dei Popol Vuh esprime esattamente il senso dell’immagine dei film di Herzog. E’ il più grande di tutti, nonostante abbia vinto tantissimi premi prestigiosi (Cannes, Mosca...), continua a bere la birra dalla bottiglia. Rimane sempre una persona modesta, vive come uno “studente”, come uno che ha tanta voglia di apprendere”.
Da poco tempo, molti hanno scoperto la tua musica perché qualcuno l’ha inserita nel grosso calderone della New Age. Ti senti tradito nella tua concezione e ispirazione?
“E’ come la fesseria che ho raccontato prima sulla rivista inglese Sound; forse qualcuno si é fatto influenzare dai nostri due primi dischi, però subito dopo, con Hosianna Mantra, abbiamo cambiato direzione artistica, utilizzando fondamentalmente strumenti acustici. Mi dispiace molto che il nostro prodotto sia diventato movimento New Age, anche perché non é insito nella New Age alcun tipo di ricerca. E’ sbagliato identificarsi in un movimento, esiste la propria ricerca e la propria creazione artistica. Se avessi continuato a suonare per trent’anni la musica di Hosianna Mantra, avrei un aura di santità e non sarei quì adesso. La mia ricerca é in continua evoluzione, la vita é come un fiore, non é mai uguale”.
Quanto la tecnologia, largamente utilizzata nelle forme artistiche di oggi, può essere di aiuto all’arte e quanto invece può contaminare l’autenticità di messaggi, che spesso non hanno bisogno di tali sovrastrutture?
“E’ cambiato l’utilizzo dell’elettronica nella musica; io ho utilizzato per primo l’elettronica come supporto. Adesso, invece, é uno strumento per la ricerca dell’anima. Considero positive le opportunità che offrono le nuove tecnologie”.
Parlaci del progetto che presenterai alla XIII edizione del Festival Time Zones.
“ Ho conosciuto il festival attraverso i cataloghi delle scorse edizioni; ho apprezzato in maniera particolare il coraggio e la serietà nell’affrontare una rassegna musicale, ed ho trovato una serie di convergenze sul vostro progetto.
Ho fatto degli studi sulla Magna Grecia, é un argomento che mi attrae in maniera particolare, nello specifico Pitagora, i suoi grandi studi e la sua genialità.
Mi sono innamorato di Molfetta, é sicuramente il luogo più adatto al lavoro che ho immaginato per Time Zones. La zona retrostante il Duomo di Molfetta disegna un labirinto di case bianche molto particolare. Quello che mi piacerebbe fare é di trasformare un labirinto di case e strade in un labirinto di suoni.
La creazione di un labirinto sonoro, attraverso immagini e luci, una sorta di iniziazione, un pò quello che era per gli egiziani, che sfocia nella rappresentazione teatrale. Il labirinto sarà formato da cinque differenti spazi, cinque stati d’animo, e il mio filo d’arianna per uscire da questo labirinto sarà il coinvolgimento totale all’interno di questo rituale acustico, cioé lasciarsi trasportare nella respirazione di gruppo che questa installazione prevede nella sua stazione finale. Spero che questa realizzazione sia un “mélange” tra verità e teatro”.

di NICOLA MORISCO


FLORIAN FRICKE
Nato sul Lago di Costanza nel 1944, studia musica a Friburgo e a Monaco di Baviera dal 1959 al 1963, dove è allievo di Rudolph Hindemith, fratello di Paul Hindemith.
All’età di 19 anni rinuncia agli studi, “per poter vivere”, come dice lui. A 25 anni comincia a prendere dimestichezza con il sintetizzatore Moog, ciò che lo porta a fondare il gruppo POPOL VUH .
I suoi viaggi lo portano in Africa, tra i Curdi dell’Eufrate, in India e nepal. Nell’ Himalaya orientale studia il canto corale tibetano.
Tra i suoi interessi vi sono i miti e i racconti epici di popoli diversi e l’archeologia.
Nel 1978 Fricke fonda il “Gruppo di Lavoro per il Canto Creativo” e diventa membro della Società per la Terapia del Respiro, per conto della quale tiene seminari in tutto il mondo.
Dai 1972 lavora con il regista tedesco Werner Herzog, i cui film acquistano una maggiore intensità grazie allo stile inconfondibile di Florian.
Il carattere indipendente della sua musica ha costituito una risorsa ricchissima per i film di Herzog, che si sono spesso contraddistinti per il loro carattere ‘sonnambulo’.
Tale connotazione indipendente è evidente quando si considera che la colonna sonora di “Nosferatu” (1978) non fu commercializzata con il titolo del film, ma con quello di “ Fratelli delle Ombre - Figli della Luce”.


POPOL VUH
(cenni biografici)
Popol Vuh é il nome che i Maya davano al libro dei Morti, il virtuale elenco di tutti coloro che dopo esservi passati avevano abbandonato questo pianeta.
I Popol Vuh si inseriscono con il loro primo album, Affenstunde (’71), nel filone della musica cosmica alla Schulze, anche se con uno “spiritualismo” che li distingue dal tribalismo nero del rock teutonico. In Den Garten Pharaos (’72) segna un radicale accostamento alla liturgia umile e immanente della natura. Fricke fonde il caos epico di Interstellar Overdrive e l’estasi del mantra indiano: acque fruscianti, un vocalismo elettronico che fluttua inerte e atemporale, un fitto tappeto di tabla e sibili galattici tendono a ricreare il suono interiore di cui favoleggiano i guru orientali.
Con Hosianna Mantra (’73), Fricke rinuncia all’elettronica magniloquente e rifonda la musica cosmica come armonia universale e non come schizzo di fantascienza; il suono é miracolosamente in equilibrio fra fachiri, canti gregoriani e soprano in trance, mentre Fricke (piano) ed i suoi cinque collaboratori (chitarra, oboe, violino, tamboura e canto) tessono un’atmosfera sognante e cristallina, profumata ed ammaliante.
Capolavoro assoluto del rock religioso, Hosianna Mantra sovverte il rapporto fra il rock e le sue ispirazioni (le quali in questo caso sono, tra l’altro, tutte fuori dal seminato): il folk indiano, la canzone rinascimentale, le suite barocche, la liturgia gregoriana.
Le opere successive, da Seligpreisung (‘73) ad Einssjager Und Siebenjager (‘74), entrambe tratte da libri sacri, vedono una formazione ridotta a tre unità (Fricke, la cantante Djong Yun e il percussionista-chitarrista Daniel Fichelscher), ed un suono divenuto più lirico e maestoso.
La monumentalità e il fascino arcano delle loro suite li porterà a collaborare con il visonario regista Werner Herzog, dando vita ad alcune tra le più suggestive colonne sonore del cinema contemporaneo.

DISCOGRAFIA:
AFFENSTUNDE (Liberty, 1970)
IN DEN GARTEN PHARAOS (Pilz, 1971)
HOSIANNA MANTRA (Pilz, 1972)
SELIGPRISUNG (Kosmische Music, 1973)
AGUIRRE (OHR, 1974) col. son.
EINSJAGER & SJEBENJAGER (Kosmsche Musik, 1974)
DAS HOHELIED SALOMOS (United Artists, 1975)
LETZE TAGE LETZE NACHTE (United Artists, 1976)
YOGA (PDU, 1976)
COEUR DE VERRE (Egg, 1977) col. son.
PERLENKLANGED (PDU, 1977) ant.
NOSFERATU (Egg, 1978) col. son.
BRUDER DES SCHATTENS...(Brain, 1978)
DIE NACHT DER SEELE (Brain, 1979)
SEI STILL, WISSE ICH BIN (IC, 1981)
SOUNDTRACKS (PDU, 1982) ant. di col. son.
AGAPE - AGAPE, LOVE - LOVE (Uniton, 1983)
SPIRIT OF PEACE (Uniton, 1985)
FOR YOU AND ME (Milan, 1992)
FLORIAN FRICKE PLAYS MOZART (Milan, 1992)
SING, FOR SONG DRIVES AWAY THE WOLVES (Milan, 1993)
CITY RAGA (Milan, 1995)
SHEPHERD’S SYMPHONY (Milan, 1997)

   From: unknown internetsource
 

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A TIMEZONE \ POPOL VUH

The cult group of the German avant-garde of the 70s, known all over the world for the soundtracks of Werner Herzogs movies, proposes an acoustic ritual in a labyrinth of sounds and images, set in the maze of narrow streets behind the byzantine Dome of Molfetta, a small town on the Adriatic sea just 25 kms north of Bari.

Made in Germany: POPOL VUH: The other side of sound

Sometimes it pays to get old. Especially if the faculty of memory keeps functioning - the ability to shape an historical reconstruction which would, if left to books, necessarily be dry, sterile, compelling.

It was about mid-70s, at the Universite Statale, Great Hall, one of the best places to be, one of the hottest in that milanese winter. Among the great turmoil of a very hectic season, one afternoon Popol Vuh came over for a concert. A flash, as concerts were not exactly frequent, those days: usually it was militant music, or (heavy) alternative. Who was into Rock & Co, and was possibly trying to get over it - sneaking out of the vicious circles of the anglo/american market, - did not have much choice.

There was the East, in the widest possible sense, but Germany was also coming up with an option : Cosmic Couriers were sailing on, someone was having fun talking about krautrock, referring to Tangerine Dream, Klaus Schulz, Ash Ra Tempel, Amon Dull, Guru Guru, Faust, Kraftwerk, unified more by the area of origin than by any real artistic unity.

There was just a wild bunch of daring, reckless onlookers ready to anything, in that tiny niche in Via Festa del Perdono - the address of the University premises - to listen to Popol Vuh: out of any path, sound adventurers, visionary alchemists, capable of mixing magic potions with the ingredients of progressive pop, electronic clichés, but also church music, indian mantras, solemn ceremonies without boundaries, a flow of instruments and voices beyond time barriers.

Florian Fricke and his boys were wandering as free spirits, along the atlas of total music, paying special attention to the issues of universal harmony, pervaded by a diffuse mellowness, by a persintent, sensual serenity, which later on would allow the takeover of their codes by the New Age octopus.
It is unclear whether at that time Fricke was to be considered, between the lines, a New Age precursor, but one thing is sure: albums such as In Der Garten Pharaos, Hosianna Mantra or Seligpreisung (which means beatification) represent a formidable base for philosophic applications, with their threaded para-religious languages, tentations of mutant exoterism, tantric songs.

The first one to notice those interdisciplinary abilities was Werner Herzog - not by accident : while he was finishing some of his most evocative, beautiful and whirling movies, he chose Popol Vuh to contribute soundtracks that would enrich those film paintings of his, based on mestizo cultures (Aguirre, the Wrath of God, Heart of Glass, Nosferatu, Fitzcarraldo, Green Cobra).

Fricke (born in 1944, cinema lover with a background of classic music studies - he even starred on Herzogs The Enigma of Kaspar Hauser) was happyly swimming through those waters; but time has thinned the chances of collaborations, while the records alone - still widely, disorderly distributed - do not have any more the same enchanting power they used to have.

Thats why, years later, the collective imaginary retains the essence of the Popol Vuh of the 70s as a soft, perfumed, timeless memory.

And the opportunity to recall it is slightly short of a little miracle; things that happen on the way to possible musics.

Enzo Gentile

   From: unknown internetsource